I primi giorni sono sempre quelli pieni di buone intenzioni.

C’è chi ha ripreso in mano un lavoro di ricamo mai concluso, chi ha riscoperto un hobby trascurato, chi ha finalmente pagato pegno con i libri in attesa sul comodino. E’ stata una rincorsa alla creatività, a chi avrebbe avuto le idee più originali per ammazzare la noia.

Prima che la noia uccidesse noi.

Sì, perché le persone non contemplano la noia nella loro vita e prima o poi questa richiede un conto salato sulle vite iperproduttive.

Mai ci saremmo infatti immaginate che i nostri progetti, che il nostro abitudinario e ben organizzato cammino venisse, da un momento all’altro, sconvolto da qualcosa che non avremmo mai considerato. Mi é accaduto qualcosa di simile nel 2015 quando, all’improvviso, mi sono ritrovata catapultata in una malattia neurologica.

Mi ricordo che di rientro da una piccola vacanza in costa (era agosto) ebbi i primi sintomi di un disturbo che mi portò repentinamente a mollare lavoro e vita perché alla ricerca della terapia giusta.

In quel momento ebbi due forti convinzioni: che non sarei più stata felice e che gli strascichi si sarebbero fatti vivi anche dopo la guarigione. Insomma…avrei perso la testa.

Perché ti racconto di quel periodo?

Perché é da quel cassetto della memoria che, in questi giorni,

sto attingendo tutte le energie e le strategie necessarie per esistere.

E resistere.

Se i primi attimi come dicevo si colorano di grandi obiettivi e attività da terminare i buoni propositi devono tuttavia essere portati avanti. Hai mai letto i miei 365 buoni propositi? Uno al giorno per 365 giorni. I più difficili sono stati quelli dal numero 20 in poi. Non sapevo più quali sarebbero stati i miei progetti, cominciavo ad esaurire la creatività e le idee. Eppure li ho portati avanti perché ero curiosa di vedere fin dove sarei arrivata.

In questi giorni di isolamento e di restrizioni non ti sei accorta di cosa stesse accadendo, come quando si subisce un forte shock. All’inizio pensi che sia tutto ok, ma poi la lucidità e il dubbio si insinua nella tua mente e cominci ad analizzare la tua situazione.

Hai scoperto infine che, oltre ad essere una grande prova di cambiamento generale, é anche una prova di cambiamento individuale. La prima fase, ovvero quella della novità, del gap tra vita passata e vita presente, é quella che molte di noi stanno ancora vivendo e che ho appena descritto. Un’incredibile frenesia ti porta a cercare qualsiasi cosa da fare pur di passare il tempo e sei totalmente concentrata nelle tue attività. Torte e biscotti da provare, cassetti da riordinare, documenti da buttare, libri da leggere. Questa é la prima frase dove il senso di comunità e il desiderio di condivisione tipico dei social media ti permette di rinforzare questa sensazione di controllo sulla realtà esterna.

Don’t lose your head, non perdere la tua testa

La seconda fase é quella delle domande.

Attenzione, non sono fasi estrapolate da qualche manuale, ma ripercorrono a grandi linee le fasi di un processo di cambiamento (se vuoi approfondire, ho messo degli spunti in bibliografia).

Hai ancora due settimane davanti per un unico obiettivo: don’t lose your head, non perdere la tua testa.

Mi sono dunque ritrovata in queste ore a fare supporto psicologico alle persone proprio perché i primi sintomi dell’isolamento sociale e il continuo bombardamento di notizie (false? Anche) possono indurre in uno stato di confusione e spaesamento e, ahimé, consapevole lucidità.

Oltre al timore del futuro, nasce anche quello per un presente che pare essersi allungato a dismisura, dove gli hobbies e la Tv non soddisfano più.

Che fare, mia cara guerriera?

Se i decaloghi delle cose da fare cominciano a darti una leggera sensazione di nausea, é normale. Ora vuoi risposte.

Per un lungo periodo della mia malattia mi era impossibile camminare. La mattina qualcuno apriva le mie persiane e, con la testa girata verso la luce del sole, non potevo far altro che riflettere. E piangere. Ero nella totale disperazione. Persa la mia indipendenza fisica avevo perso la mia motivazione. La musica, mia grande compagna di vita, era diventata insopportabile e per mesi non ho acceso lo stereo.

Avevo dunque compreso che la mia vita era totalmente nel presente. Chiudevo gli occhi e ascoltavo ogni singolo sintomo e pensiero che passa per corpo e mente, imparando la sottile arte della meditazione sebbene non ne fossi consapevole come oggi. Un lavoro incessante e pedissequo che mi permette ancora adesso di sentirmi in sintonia con ciò che faccio e ciò sento.

Se questo momento é un banco di prova, sappi che sta semplicemente accelerando e concentrando in poco tempo quel cambiamento che molte persone avevano già cominciato o che, in qualche maniera, stavano attendendo. Certo non ci saremmo aspettate un grande evento morboso ma possiamo utilizzare questo tempo per uscirne più forti come Giona dalla pancia della balena.

Butta fuori le idee e le emozioni

Chiamiamolo sconcerto. Sensazione di turbamento, profondo disorientamento.

La fase in cui ti trovi (o nella quale alcune persone stanno entrando) é la più critica perché potrebbe, in alcune persone, esasperare sintomi di difficoltà già presenti. In questo caso ti chiedo di rivolgerti il prima possibile ad un aiuto specialistico.

In altre persone prende la forma di ansia, necessità di avere risposte, atteggiamenti paranoici e ossessivi, timore per il futuro. Non é il momento di vergognarsi o imbarazzarsi del proprio mondo interiore anche quando prende la connotazione della rabbia verso gli altri e verso gli eventi.

Siamo già abbastanza tartassati dal mito della gestione delle emozioni in tutte le maniere che ci siamo dimenticate di ascoltarle e di dar loro una voce.

C’è chi ha desiderio di piangere.

Chi manifesta la propria angoscia con una risposta seccata che genera un litigio.

Se dovesse capitarti, una volta passato il clou, torna sui tuoi passi e impara l’arte di chiedere scusa: non é niente di personale, ne avevi bisogno. 

Non fermarti ad etichettare le tue emozioni per la smania di riconoscerle a tutti i costi, perché scoprirai (come ho scoperto io) che esistono sfumature molto più fini di quanto tu abbia mai provato.

Come potresti infatti definire quella sensazione di essere nella tua

vita di sempre dove ti convinci di continuare la tua routine

(un esercizio che forse puoi fare nella prima fase)

ma sei assolutamente consapevole della situazione kafkiana

e decidi di concentrarti per evitare il corto circuito?

Ecco posso solo descrivere questa emozione con una metafora, ma non ho una parola per definirla.

Trova il tuo mantra quotidiano ovvero “punta ad un obiettivo immenso”

Ci sono stati momenti in cui avevo letteralmente perso la bussola. Non guarivo, non mi alzavo, passavo le giornate a fissare la finestra in preda ai dolori. Una sofferenza fisica e mentale che presto mi avrebbe esaurito.

Ma lo so, una volta concessa la libertà alle emozioni, devo tornare al centro del mio mondo. Se non per me, almeno per qualcosa…o qualcuno.

Non esiste dunque lotta e cambiamento senza una regola, un valore, un obiettivo in grado di guidarla.

E per quanto io sia la donna dei piccoli passetti é anche vero che sono una grande idealista e sognatrice, di quelle che “non ti abbraccia ma sa dimostrarti il bene che ti vuole in tante maniere”.

Io non sapevo se la mia malattia sarebbe finita o meno ma il mio mante divenne “Io sono più forte di tutto”, calcando l’appoggio del piede sugli scalini che ostinatamente facevo per recuperare la mobilità.

Oggi sappiamo invece che questa condizione avrà un’evoluzione e una fine o che comunque sarà possibile, con l’aiuto della collettività e del nostro senso civico, arginarla. Non solo dobbiamo affidarci all’Altro ma sappiamo che noi abbiamo un potere d’azione non solo ora ma anche nel futuro.

In questi giorni circola sui social una domanda ” Cosa vorresti fare una volta finito tutto questo?” e io la ripropongo a te.

Scrivi la risposta in un posto dove puoi vederla tutti i giorni. La nostra mente comincia a tendere le energie verso un futuro e verso la positività.

Si mette in moto quel meccanismo chiamato hope, speranza.

Menninger (1959) aveva già capito da tempo come la speranza avesse un impatto positivo sullo stato di salute per medici, per i pazienti e per le loro famiglie. Andrò oltre il nichilismo ed il fatalismo verso una realtà positiva dove:

” la speranza é umile e modesta, non segue le leggi dell’esperienza passata

perché implica un processo di ricerca fiduciosa e di avventura verso il futuro”

Ma la definizione più bella di speranza arriva da Snyder (1995) che la definisce come

“il processo in cui pensare ai propri obiettivi insieme alla motivazione

tipica dell’agency (il potere d’azione insito in ogni essere umano)

e i modi per raggiungere questi obiettivi”.

Provo a porti la stessa domanda ma in una maniera diversa…

Che cosa speri di trovare quando tutto questo sarà finito?

Chiudo questa lunga riflessione con le parole che rivolgo a tutte le persone che incontro nel mio cammino di consulenza.

Sarò onesta, non sarà facile perché ci saranno degli alti e dei bassi. Afferra e godi le vittorie del tuo percorso ma non avere paura dei momenti in cui non avrai voglia di combattere.

Sono quelli i momenti in cui capisci veramente qual é la tua forza.

 

Non fermare il cambiamento, io sono operativa online cliccando qui.

 

 

Bibliografia:

Menninger K., (1959). The academic lecture: Hope. The American Journal of Psychiatry, 16, 481-491

Snyder C. R., (1995). Conceptualizing, measuring, and nurturing Hope. Journal of Counseling and Development, 73, 355-360

 

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