Non ricordo quando ho cominciato ad essere gentile.
Forse è qualcosa che mi è stato trasmesso quando ero ancora in fasce, allo stesso modo con il quale ho imparato ad amare i Queen.

E’ una questione di famiglia, sia chiaro.
Una sorta di eredità emotiva, come quei famosi fili rossi che raccontano nelle tradizioni che legano cuore a cuore e li porta in giro per il mondo.
Almeno finché respiri…o così dicono.

Che sia stato prima o dopo, non lo so, so solo che la gentilezza fa parte del mio costume di scena.

Significa entrare in un negozio e salutare chi ci lavora.
Significa sorridere mentre salgo nel pullman.
Significa dire Grazie e Prego e Scusa senza aver paura di finire in riserva.

Non ho mai pensato che le parole belle avessero un costo; ho più difficoltà nel valutare quelle che feriscono, invece.
Per cui riesco a pronunciare più facilmente le prime delle seconde e non me ne pento, in tutta sincerità.

Le persone dicono che più si è gentili e più si soffre o si viene traditi.
Io ho sempre pensato invece che, ad essere il contrario, si rimane semplicemente soli.

Io non voglio rimanere sola.
E non voglio neanche che gli altri mi compatiscano con cose “Eh, sai, si comporta così perché ha sofferto”.

Oh, beh, sarebbe veramente top riuscire a risolvere i miei problemi così, prendendo a calci il mondo, sbuffando sollevando il ciuffo della mia frangetta!

Ma no, non ci riesco, non è da me.
Troppo facile.
Non mi piace.
Mi complico molto spesso la vita e lo faccio anche quando scelgo di essere gentile. perché riconosco nell’Altro un gesto che somiglia al mio o un’espressione tanto familiare che me la rende cara e preziosa allo stesso tempo.

C’è qualcosa di vecchia scuola nell’essere gentile, come un vezzo al quale non si può proprio rinunciare anche quando si è grandi.

Una spilletta appuntata sul bavero serio della mia giacca buona, quella che uso per andare a lavoro, quella che sfoggio quando decido di fare la piega ai capelli, perché sì, perchè oggi va così.

Un fiore tra i capelli nelle domeniche di sole, ben sistemato tra un boccolo e l’altro, abbinato con la tinta dello smalto o del rossetto perché, anche tra la folla, le persone possano riconoscermi.

E che possano farlo soprattutto quelle che amo e quelle che mi amano perché le parole più belle, i gesti più ponderati e i pensieri possano andare principalmente a loro, come una promessa antica da annoverare ad ogni sguardo.

La gentilezza parte prima di tutto da noi stesse

Ma prima di spargere questi semi di gentilezza al vento, non bisogna tralasciare il fatto che la gentilezza deve partire preferibilmente da noi stesse. Ho sentito tante donne parlare di sé come se fossero le loro peggiori nemiche.

Le etichette più insidiose? Partivano da loro. Le ferite più profonde? Se le erano inferte da sole, per un principio di auto punizione che spesso mi lascia instupidita, senza parole e senza alcuna difesa. Sono azioni distruttive, di quelle alle quali pensi che non potrebbe esservi rimedio se non dopo un’attenta analisi delle forze reduci sul campo di battaglia e una saccoccia di buon senso e coraggio.

Non ho mai avuto timore di rivolgere lo sguardo sulle cicatrici ancora fresche di storie dolorose e nascoste per tanto tempo: sono, di solito, le più avvincenti. Ma dicevo, appunto, che spesso vengono trattate con così poca cura e sì, aggiungerei, anche con poca gentilezza.

Non confondiamo, per prima cosa, la gentilezza con giustificazione. Non siamo scusando quelli che noi amiamo tanto definire “i miei lodevoli difetti” (e, per dirla tutta, non credo neanche nell’assolutismo dei difetti e dei pregi) ma li stiamo accettando.

Un ragionevole compromesso per aiutarci a praticare la gentilezza già da subito, senza troppe disquisizioni.

Serve forse a qualcosa continuare a mettersi alla berlina per ricevere giudizio e cattiveria…da noi stesse? Hai mai prodotto qualche cambiamento significativo e degno di nota?

Forse ti avrà spronato all’inizio, ma poi ti avrà fatto ricadere nella stessa triste litania che comprende parole come sempre, mai, solito:

  • “Non riesci mai a concludere niente di buono”
  • “Come al solito molli alla prima difficoltà”
  • “E’ sempre stato così, da quando sono nata”.

Frasi familiari, vero? Come faccio a saperle? Sono le stesse che mi sono rivolta io per tanto tempo. Una faticaccia immensa. E quando te le rivolgi, sei proprio sicura che corrisponda alla realtà?

Parti da qui, senza troppi sforzi. Parti dalle frasi che ti rivolgi ogni giorno, facci consapevolmente caso.

Sarà difficile e doloroso scoprire quanto tu stessa sia poco gentile con la tua persona, parlandoti come non oseresti parlare con altra persona alcuna (se non quando particolarmente arrabbiata, ma su questo potremmo tornarci in seguito, è meglio).

Prendine nota dove preferisci e comincia a cambiare la natura del tuo vocabolario emotivo.

Laddove vorresti giudicare, comprendi cosa ti è accaduto.

Laddove ti senti di puntare il dito, rifletti su cosa potresti imparare.

Laddove continui a ripeterti come una tiritera le stesse identiche frasi, contempla l’immagine che stai dando di te stessa.

Sii gentile con il tuo Sé, poi con l’Altro. Non si può seminare bellezza se prima non si è coltivato il terreno adatto.

 

 

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