Quando chiedo alle persone di raccontarsi cominciano quasi sempre dalle loro esperienze negative.

Sembra un marchio, un’etichetta ben visibile su un abito indossato al contrario.

Lo stigma del passato é più forte della condizione attuale, come se non ci fosse via di scampo.

Per molto tempo la psicologia tradizionale ed, in particolare, quella clinica, si é focalizzata sul ruolo del trauma e delle crisi nell’arco di vita. Distinguendo approfonditamente la natura delle crepe che occorrono durante la nostra intera esistenza, ne ha individuato principalmente due: da una parte gli eventi traumatici che fanno parte del ciclo naturale della vita come i lutti o la malattia; dall’altra i grandi eventi morbosi, per dirla con un termine medico, ovvero tutti quegli eventi (come un’ingente perdita economica, un incidente grave, ecc.) che non fanno parte del ciclo naturale.

Partendo dall’impronta lasciata da Freud nel trattare gli eventi traumatici di qualsiasi natura e forma secondo un’ottica riparatrice, la psicologia ha portato avanti per parecchi decenni l’idea secondo la quale la psiche dell’essere umano non possa ritrovare un equilibrio funzionale al raggiungimento della felicità.

Ciò che siamo oggi, per dirla con parole terra terra, é il frutto dei nostri traumi: non abbiamo via di scampo. Così, al di là della possibilità di utilizzare le nostre difficoltà come spiegazioni e non come giustificazioni, siamo esseri eternamente in deficit.

Una visione piuttosto riduttiva nella complessità delle risorse e delle infinite capacità di recupero della mente umana alla quale la psicologia positiva, attorno agli anni ’70, ha cercato di dare una svolta.

Sebbene non possiamo dimenticare o reprimere o cancellare gli eventi che hanno procurato sofferenza al nostro mondo interiore sotto vari aspetti, essi non sono il baluardo dietro il quale barrichiamo e soffochiamo il nostro desiderio di vita, il nostro eros.

Secondo gli studiosi come Martin Seligman sono invece la particolarità che ci rendono uniche ed inimitabili. Il trauma, la crisi, la difficoltà divengono quindi i trampolini dai quali partono e si lanciano verso la risoluzione i nostri progetti di vita.

Rivalutare le nostre esperienze secondo un’ottica propositiva è sicuramente uno dei passi più impegnativi da compiere.

Nel lavoro di conoscenza interiore infatti i momenti difficili vengono oscurati o etichettati in modo tale da non considerarli come parte integrata della nostra esperienza. Vengono additati, messi al bando e ritenuti responsabili delle nostre attuali condizioni di vita.

Non sempre é facile guardare con occhi compassionevoli a periodi in cui ci siamo sentite perse o, peggio ancora, prive di qualsivoglia desiderio di riprendere in mano la vita. Il primo passo è certamente riconoscere questi momenti e imparare a riportarli a galla.

Se questo percorso potrebbe risultare difficile e ne temete le conseguenze, il supporto di una professionista potrebbe aiutarvi a gestire il delicato percorso di recupero delle emozioni negative e la loro gestione.

Più che affrontare é necessario abbracciare un aspetto che spesso consideriamo come esterno alla nostra quotidianità, disconoscendone la maternità. Gli eventi ci appaiono lontani e sfocati sebbene il loro peso emotivo si faccia sentire con prepotenza anche in momenti in cui ci pare di assaporare un attimo di felicità.

Come poter allora convivere con un dolore che sembra schiacciare le nostre speranze per il futuro?

Dopo aver considerato la possibilità di affrontare con l’aiuto di una professionista i momenti difficili del nostro passato, è importante capire quale sia l’insegnamento da trarne.

Spesso infatti vediamo gli errori come macchie indelebili dalle quali non potremmo mai liberarci o gli eventi negativi come buchi neri capaci di inglobare e distruggere i nostri sogni adolescenziali.

Mi doleva spesso dovermi considerare come una fallita, una che non era riuscita a controbattere tutti gli episodi di bullismo ai quali sono stata soggetta. Era difficile vedermi come quella che per tanto tempo era riuscita a stare zitta nonostante i soprusi delle sue coetanee e questo mi impauriva perché temevo che non mi sarei mai strappata di dosso l’etichetta della vittima.

Mi è capitato infatti, anche da adulta, di ritrovarmi in situazioni in cui avevo a che fare con persone manipolatrici e prive di scrupolo. Sebbene sia una persona che nutre molta fiducia nell’Altro, non sempre è facile riconoscere quelle situazioni tranello.

Cosa avrebbe potuto insegnarmi il mio passato, in questo caso?

Poter osservare con mente lucida quali sono gli schemi mentali che ci hanno dipinto come perdenti o sbagliate ai nostri stessi occhi è un secondo passo per poter rendere propositivo un evento negativo.

Evitare di ripetermi che forse ero io quella sbagliata, che alla fine tutti se ne sarebbero approfittati della mia gentilezza e così via é, in primo luogo, una strategia per decostruire gli atteggiamenti mentali che mi descrivevano come vittima. In secondo luogo questo mi permette di sottrarmi all’azione manipolatoria delle persone negative e di riprendere in mano la mia vita.

Non stiamo negando o nascondendo la testa sotto la sabbia: stiamo razionalizzando pensieri, emozioni e azioni che altrimenti ci farebbero ricadere proprio in quella situazione che ci ha fatto soffrire per tanto tempo.

E quando si tratta di dolore…non consapevole?

Nei grandi eventi morbosi o negli eventi traumatici che fanno parte del ciclo naturale delle cose é importante non perdere la fiducia nella possibilità di recuperare un equilibrio emotivo. Malattie, perdite e lutti sono spesso descritte come punizioni meritate o fatti imputabili alla sfortuna.

Lasciamo che il dolore abbia il diritto di esprimersi, senza necessariamente tornare a risplendere solo per il volere altrui. Diamo voce alla sofferenza che può palesarsi sotto varie forme: emotive, fisiche, mentali. Affidiamoci a professionisti delle relazioni d’aiuto, se é necessario. Ma non tramutiamolo in cenere che annebbia la vista o in roghi covati sotto il sorriso forzato.

E’ importante dare riposo ad un cuore sofferente e una culla per il dolore che non sa come esprimersi. Viviamo in una società in cui è fondamentale dimostrarsi sempre al top, anche quando l’anima si sta frantumando in mille pezzi senza alcun ritegno. La sofferenza non è una ferita che non si può rimarginare, ma una cicatrice da coccolare e mostrare per affermare di essere riuscite a farcela anche stavolta.

 

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