Non avevo mai visto la signora della casa di fronte, eppure ha un viso quasi familiare, come se la conoscessi già. Forse tutte le signore, ad un certo punto della loro vita, acquistano contorni che appartengono ai nostri ricordi e simpatizziamo per loro senza averci mai scambiato una parola. O forse speriamo di ritrovare i lineamenti delle persone che abbiamo amato e che non ci sono più per sentirle ancora con noi.

Pensavo tutto questo mentre il cielo era indeciso sul da farsi: da una parte, un sole pallido che chiedeva permesso; dall’altra spiccavano i nuvoloni preannunciati. Chissà come sarebbe stato il mio martedì, visto che stava prendendo una piega diversa da quella organizzata e tutto sembrava molto più lento del solito, più silenzioso, più cauto.

“La tua è una lotta contro la frenesia”, mi ha confessato da poco un mio caro amico, mentre stavamo facendo colazione in un bar. A me pareva così naturale dovermi immergere nel mio cappuccino, sulle pareti lisce della tazzina, tra la schiuma morbida del latte e i contorni sinuosi di una bozza di disegno sul caffè, di quelle cose carine che strappano un sorriso ai lavoratori frettolosi, alle prime luci del mattino; mi veniva spontaneo addentare la brioche calda e sentire il suo profumo penetrarmi nelle narici, così morbido, così rotondo.

Frenesia vs lentezza:

Qualcosa che solo ha a che fare col ritmo delle azioni, con il tran tran quotidiano. E’ un meccanismo insolito che pervade l’anima dei sopravvissuti. C’è un disperato bisogno di concentrarsi, di radicare l’attenzione su qualcosa che sia molto più concreto dei pensieri negativi che spesso tornano a fare capolino, perché non siamo mai abbastanza attrezzati a fronteggiarli.

Nella lentezza vi è un antico strumento per la sopravvivenza. Una delle cose che amo fare di più durante la giornata è proprio quel condensato di riflessione che chiamo pausa caffé, un momento solitario dove ripiego i ruoli di professionista, figlia, compagna, amica e richiamo a gran voce tutte le energie dissipate nelle ore precedenti.

E’ una vera e propria progettazione di benessere, come se dedicassi molte attenzioni alla ricerca del luogo adatto, dello spazio adatto dove sedermi, dell’atmosfera giusta per accogliere una viandante stanca ed esausta come me.

Quante volte, durante il nostro lavoro, durante la nostra quotidianità ci siamo sentite così, prive di forze eppure desiderose di giocarci fino all’ultimo le energie? Perché attendere le ferie, perché attendere le vacanze? La pausa è ora, è qui.

Mi guardo attorno, ordino il mio caffè, mi siedo, sto in silenzio, quasi in raccoglimento. Tutto si ferma. Osservo la vita che scorre là fuori a rallentatore, mentre il mio cervello riprende il suo naturale livello di glucosio. I muscoli si rilassano, attendo che la tazzina si sfreddi prima di poter bere. So bene che non posso gestire i pensieri quando sono stanca, quando ormai la mia attenzione è al limite, quando ormai ho alzato bandiera bianca.

Sì, la mia è una lotta contro la frenesia, amico mio. Una lotta pacifica, ragionata, sensata per stimolare lo slow thinking tanto amato da Daniel Kanheman, nel suo libri Pensieri lenti e veloci; una lotta veicolata dal silenzio non tanto come assenza di rumore ma come istante in cui racchiudere tutta la mia concentrazione e fare il punto della situazione.

La consapevolezza che si sprigiona comincia già dal mattino, quando penso all’andamento della mia giornata, la porto avanti, sempre col pensiero che avrò quello spazio per me, per congratularmi o migliorare, per riflettere o lasciar andare, quello spazio in cui tuffarmi dentro un caffè e assorbire tutte le sue energie e poi riprendere, saltare, correre, progettare.

Non è forse un bel gesto verso la mia mente, amico? Tu che corri a destra e a manca e ti sembra di fare mille cose e alla fine non ne concludi neanche una?

Bisogna conoscerli i nostri meccanismi cognitivi, bisogna conoscerli e assecondarli in alcuni momenti; bisogna conoscerli e domarli in altri. Questa è lentezza, questo è silenzio.

Per approfondire: D. Kanheman, Pensieri lenti e veloci, Ed. Oscar

 

Pin It on Pinterest

Share This